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venerdì 26 maggio 2017

il verso la metrica e computo delle sillabe

il verso italiano e computo delle sillabe

I generi letterari in versi a cui abbiamo ora accennato, soggiacciono ad alcune norme, che nel loro insieme  costituiscono  una particolare disciplina, detta metrica, la quale  indica come devono essere formati i versi  come questi devono essere eventualmente  ordinati in strofe e le strofe in componimenti.

Se leggiamo  una composizione in versi  sentiamo un'armonica cadenza. Essa è  dovuta al determinato numero di sillabe che compone il verso (numero che varia secondo le specie dei versi), all'accento ritmico e, quando c'è, alla rima.
Secondo il numero delle sillabe di cui è composto il verso prende il nome di  BISILLABO ( due sillabe) TERNARIO (tre sillabe)  QUATERNARIO (quattro sillabe), di QUINARIO (cinque sillabe), di SENARIO (sei sillabe) di SETTENARIO (sette sillabe) OTTONARIO, NOVENARIO, DECASILLABO, ENDECASILLABO (otto, nove, dieci, unici sillabe).

Vi sono inoltre versi doppi : il doppio quinario ( due quinari accoppiati)  doppio senario ( due senari) ecc.

Per contare il numero delle sillabe contenute in un verso  occorre tenere conto di alcuni fenomeni fonetici o figure metriche quali la sinalefe (detta anche elisione)

Sinalefe quando una parola termina per vocale e la parola che segue comincia per vocale (non accentata)  o per h le due vocali formano una sola sillaba ovvero si considera come non esistente la vocale finale della prima parola.

questa isola

La Sinalefe non ha luogo quando o ambedue le vocali o una sola di queste è accentata  si ha allora la figura metrica chiamata iato

che è

La sineresi  contrazione in una sola di due vocali appartenenti a sillabe diverse

parea

dièresi  E' l'opposto della sineresi  due vocali di un dittongo vengono pronunciate distinte per ragioni poetiche e si indica con un doppio punto sopra la prima vocale

Ä

Se una parola termina con due o più vocali  esse sono nell'interno del verso formano una sillaba sola mentre fanno sempre dièresi alla fine del verso.

via -  mio - miei

Un poeta può avvalendosi delle cosiddette licenze poetiche aggiungere una sillaba in principio di una parola (pròtesi) o nel mezzo (epentesi)  o alla fine (paragoge)

ignudo (nudo)  similemente (similmente)

come pure può sopprimere  una sillaba all'inizio di una parola (aferesi) nel mezzo di essa  (sincope)
o alla fine (apòcope)

verno (inverno)  opre (opere)

Inoltre il poeta è talvolta portato a sostituire  una vocale o una consonante in una data parola dando luogo a una antitesi fonetica o a trasporre una lettera avvalendosi della metàtesi.

lome (lume)

Per il computo delle sillabe è inoltre necessario tenere presente che l'ultima parola del verso si considera sempre piana  anche se tronca o sdrucciola.

giovedì 12 gennaio 2017

grammatica italiana - pronomi allocutivi

grammatica italiana - pronomi allocutivi

Si chiamano allocutivi i pronomi che si usano rivolgendosi a persone di riguardo  o ad amici nel parlare o nello scrivere

si può dare del tu del lei del voi

Si da  del tu a persona di confidenza amici parenti ... a Dio alla Vergine  ai Santi  come pure a cose inanimate come sole luna terra alle quali si rivolge la parola con intimità confidenziale.
Il verbo di cui il pronome tu  è soggetto va in seconda persona singolare

Si da del voi  invece del tu a persona verso al quale si vuole mostrare rispetto  e con la quale non si è in confidenza per creare comunque una certa distanza
Si usa il verbo alla seconda persona plurale.

Si da del lei a persona di riguardo in segno di rispetto il verbo si accorda alla terza persona singolare

Questi pronomi si scrivono di solito con la lettera maiuscola.

Si usa raramente il loro piuttosto enfatico di origine spagnola

lunedì 17 ottobre 2016

nomi sovrabbondanti - grammatica italiana

nomi sovrabbondanti - grammatica italiana

Ci sono alcuni nomi  maschili uscenti in -o che hanno due plurali (nomi sovrabbondanti nel plurale) uno maschile  con la desinenza in -i  ed uno femminile con al desinenza in -a. Le due forme hanno di solito un diverso significato

i più comuni sono :

il braccio   -----   i bracci  = bracci di un fiume mare sedie croce ecc.
                  ------ le braccia = quelle del corpo umano.

il calcagno -------    i calcagni = quelli dell'uomo
                   -------   le calcagna = in senso figurato stare alle calcagna

il ciglio  ------------- i cigli  = della strada dei fossi
               -----------   le ciglia = dell'occhio

il corno  -----------    i corni = della luna, da caccia
               ----------    le corna = degli animali.

il dito  ----------       i diti = specifici per esempio i diti indici meno comune non sbagliato
            ----------      le dita = considerate nella loro collettività

il filo -------------    i fili  = di erba, del telefono
           ------------    le fila = di una tela, di una congiura

il fondamento ---------- i fondamenti = di una scienza, di una scoperta
                       -----------le fondamenta =  di un edificio

il fuso             --------- i fusi  = strumenti per filare
                       -----------le fusa = in senso figurato per esempio quelle del gatto

il ginocchio ------------ i ginocchi  = considerati distintamente
                    ------------ le ginocchia = considerati insieme

il grido ---------------- i gridi =  degli uccelli  della coscienza
             --------------- le grida  dell'uomo della folla

il labbro -------------   i labbri  di un vaso di una ferita
              --------------  le labbra = della bocca

il lenzuolo ----------- i lenzuoli = considerati individualmente
                 ------------ le lenzuola = considerate appaiate

il membro ---------- i membri = di una società o di una commissione
                  ----------- le membra = del corpo umano

il muro ------------- i muri = isolati o di una casa
              -------------- le mura  = della città

lo strido ------------gli stridi = poco comune
              ------------le strida = voci

l'osso ------------gli ossi  = considerati singolarmente
          -------------le ossa = tutti insieme

l'urlo ------------ gli urli  alte grida o degli animali
           ------------ le urla = della folla o dell'uomo

giovedì 16 giugno 2016

commento Su una lettera non scritta - Montale

Su una lettera non scritta


Pubblicata in «Primato», a. I, n. 12, Roma, 15 agosto 1940, insieme a Nel sonno, e

presente in Fin1, Fin2 e in tutte le edizioni di La bufera e altro.



Nella lettera a Silvio Guarnieri del 29 novembre 1965 Montale commenta: «Su

una lettera... Poesia di assenza, di lontananza. Non ci vedo oscurità. Molti particolari

sono realistici. Uno sfondo di guerra c'è [...]. Il tu è lontano, forse non c'è e per questo

la lettera è non scritta. C'è Clizia ma non è necessario darle quel nome. Formicolio

ecc. Tutte immagini realistiche di una vita ridotta a rare apparizioni; queste non

hanno qui il valore di senhal come i due sciacalli» (SMA: 1516-1517).

Con Su una lettera non scritta prosegue la 'sacca oscura' di negatività senza

sbocco e di assenza dell'amata aperta con La bufera e destinata ad abbracciare le

prime liriche della raccolta almeno fino alla Frangia dei capelli..., che costituisce la

prima epifania del visiting angel dopo lo sprofondamento della donna nel «buio».

Nella poesia d'apertura era stata sancita la separazione; in Lungomare la dedicataria



probabilmente non era nemmeno Clizia e comunque era già «troppo tardi» per qualsiasi

tentativo di salvezza; ora è il poeta stesso a fuggire ogni illusione di riscatto, a

rifiutare ogni possibile comunicazione. La bouteille à la mer, a differenza di quella di



De Vigny, non è stata gettata, per cui «L'onda, vuota, / si rompe sulla punta, a Finisterre

».

L'interrogativa iniziale, di disperata ricerca di un senso all'esistenza, non trova risposta.

Lo scenario dei «delfini» che «a coppie / capriolano coi figli» lascia intravedere

un barbaglio di vitalistica esultanza, del tutto incongruente però con il dramma

che sta sconvolgendo la «terra», nonché con il privato «supplizio» del poeta. Sul significato

dei delfini si è soffermata gran parte della critica, riconoscendo in essi ora

un'eco dantesco-hölderliniana, ora il correlativo di un amore realizzato. In quest'ultima

direzione si muove ad esempio Nosenzo, che tuttavia sottolinea la precarietà di

quella sensazione di pienezza, subito infranta per lasciare il posto a una logorante attesa

di improbabili visitazioni e soprattutto insufficiente a riscattare il vuoto di un'esistenza

meccanicamente ripetitiva, insensata e tormentata. Su una lettera non scritta



proporrebbe, in sintesi, la palinodia della poetica dei miracolosi istanti privilegiati

che costituiva il fulcro delle Occasioni, essendo l'epifania naturale solo un'effimera



illusione (cfr. Nosenzo 1995-1996: 43).

In un'accezione toto coelo positiva la interpreta invece Rossella Bo, che contrappone



al potere perturbante di Clizia l'«integra bellezza» dello spettacolo del mondo

animale, arricchito dalla presenza dei figli che garantiscono la continuità della vita e

dei valori contro un inutile scorrere di giorni sempre uguali (Bo 1990: 108). Sulla

possibilità di squarci luminosi, calati nella concretezza del quotidiano ma tali da far

Commento a «La bufera e 22 altro» di Montale



rinviare la ricerca di una salvezza esterna, perché in qualche modo capaci di bilanciare

la sofferenza umana, insisteva infatti già Luperini (cfr. Luperini 1986: 126).

Sulla scorta del XXII canto dell'Inferno, dove i delfini «fanno segno / a' marinar



con l'arco della schiena / che s'argomentin di campar lor legno», Martelli propone invece

una lettura in chiave metapoetica. La presenza degli animali sarebbe dunque un

avvertimento per il poeta-marinaio affinché si ingegni a salvare la nave-forma

nell'imminenza della bufera (cfr. Martelli 1977: 135). Non ci sembra però che qui ci

sia un recupero della funzione che l'affiorare del loro dorso sulla superficie equorea

rivestiva nel bestiario medievale (e dantesco), ossia di indizio di incipiente tempesta.

Nella poesia montaliana l'immagine assume infatti un valore positivo, tanto che in

Satura troveremo il «reticolato / del tramaglio squarciato dai delfini» (Le stagioni). Il

loro «capriolare» è gioioso, ma solo in quanto istintivo e sperduto nella lontananza di



un mare intatto. Ignari della «fossa fuia» che si è spalancata sulla terra, ma soprattutto

inconsapevoli dell'insensatezza dello scorrere dell'esistenza, possono continuare ad

accordarsi con il ciclo vitale-riproduttivo.

I delfini prospettano dunque un miraggio di armonia che non è concessa all'uomo,

cosciente che l'esiguo succedersi dei giorni («un formicolìo d'albe») e i pochi elementi

nei quali è rintracciabile un barlume di vita vera (i «pochi / fili in cui s'impigli

/ il fiocco della vita») non possono in nessun modo fornire una ragione bastante a

motivare l'inesplicabilità dell'esistenza («quella vita ch'ebbero / inesplicata e inesplicabile

»: Proda di Versilia). Si riapre, in questa lirica, l'incolmabile scarto tra un'Esterina



creatura equorea che «la dubbia dimane non [...] impaura» e il poeta «della razza

/ di chi rimane a terra» (Falsetto). E «Ben altro è sulla terra», tanto che da una parte

la vitalità apparentemente appagata della natura rivela, a una più attenta analisi sub

specie teleologica, l'assenza di uno scopo e dall'altra i portentosi segni clizieschi vengono



rifuggiti in quanto provenienti da un 'ordine esistenziale' inconciliabile con

quello umano, contingente e altamente imperfetto. Meglio allora restare ancorati

all'«arido vero» piuttosto che ingannarsi alla luce – qui davvero schopenhauerianamente

accecante e non rivelatrice – di chi non appartiene più a questa dimensione. Il

«bagliore / dei [...] cigli» di Clizia non si farebbe latore che di illusorie speranze e

nuovi turbamenti, troppo sconvolgenti per essere sopportati dal poeta.

Ma soprattutto il mondo ideale di cui la donna è portavoce risulta un prototipo

utopico, allettante ma astratto e inattuabile. Si veda ciò che Montale scrive in Voci

alte e fioche, prosa del 1944 inserita in Auto da fé:



In ogni modo i due emisferi del mondo non sono un'immaginazione, e se si potesse

convogliare nell'uno tutto il brutto, il falso e l'ingiusto esistenti in natura e nell'altro

tutto il bello, il giusto e il vero di quaggiù, molte cose sarebbero risolte. Ci sarebbe

ancora la guerra, ma sarebbe guerra di sempre, guerra eterna, nella quale l'uomo giusto

saprebbe senza esitazioni da che parte schierarsi per lottare [...]. Qui, invece, [...]

non ci sono confini e [...] sulla terra il vero e il falso sono sempre da rifare, sono

sempre in questione, giorno per giorno, senza scampo (SMA: 73-74).



Un passo dove tra l'altro viene riproposta la greca 'trinità' di Bello, Bene e Vero, con

una significativa variatio (il Giusto al posto del Bene) in linea con la metaforica veterotestamentaria

disseminata nelle poesie della Bufera, poiché l'innesto è dal Dio-



Giustizia e non dal Dio-Amore evangelico. L'ottica di Clizia è quella di chi divide il

Su una lettera non scritta 23

mondo in due esatti emisferi, ma una struttura rigidamente manichea mal si applica

alla concretezza del quotidiano, rimanendo un fulgido, platonico modello cui tendere,

nella consapevolezza però che la storia compromette l'archetipo con il divenire. Più

che tra imperativo morale e desideri (cfr. Luperini 1986: 125), lo scontro è tra un

kantiano dover essere e un heideggeriano esserci.

Il dilemma finisce per imbrigliare il soggetto e persino il mondo che lo circonda

in uno stato di impasse: alla dichiarazione «Sparir non so né riaffacciarmi» fa infatti



eco il protrarsi della sera («la sera si fa lunga») e l'indugio della notte che rimanda il

suo arrivo («tarda / la fucina vermiglia / della notte»). L'intera scena è pervasa dall'inerzia,

concludendosi su un mare sterilmente privo di segni. Riemerge insomma il

«delirio [...] d'immobilità» di Arsenio, che invischia il poeta in un limbo dal quale



non riesce a uscire, né interrompendo del tutto il canale di comunicazione con Clizia,

né riconsiderando un'effettiva prospettiva di ricongiungimento. Per questo «la preghiera

è supplizio», essendo il frutto di una lacerante incertezza, dell'attesa di un evento

risolutore che lenisca il tormento dell'indecisione.

E se «non ancora / tra le rocce che sorgono t'è giunta / la bottiglia dal mare» non

è perché «il messaggio del naufrago [...] è inghiottito dall'onda vuota» (Isella 2003:

9), bensì perché la lettera – come dichiara il titolo stesso – non è mai stata scritta. In

questo caso, dunque, non mancano tanto le risposte da parte della donna assente (cfr.

invece Rovegno 1994: 56), né vi è una richiesta di intervento inascoltata: l'onda è

vuota poiché il poeta non ha inviato alcun messaggio, lasciando in sospeso il progetto

di raggiungere oltreoceano l'amata. Le missive indirizzate a Irma agli inizi del 1939:

Il fatto è che sono entrato nella fase più conclusiva e che faccio ogni sforzo, specie

nelle mie notti d'inferno per non pensare a te, altrimenti impazzirei del tutto! Ma ho

fiducia, grande fiducia che presto potrò darti il definitivo, e perciò devo risparmiare



ogni forza per essere vivo quel giorno... e i successivi (7 gennaio 1939)

Resta convenuto che se telegrafassi «all right» ciò significa che il breaking è avvenuto

totalmente e definitivamente e che ormai non è più tra noi, per rivederci, che questione

di poche settimane (14 gennaio 1939)

[...] ne avrai, entro il termine fissato, che scade la fine di Marzo, almeno la famosa



conferma telegrafica, alla quale dovrà far seguito più o meno immediato, ma non certo

ritardato di molto, il shipment del latore della presente (22 gennaio 1939)

costituiscono a questo proposito un avantesto chiarificatore, che si convoglia poi in

una «poesia di assenza», dove la lontananza è assolutizzata nella scelta del toponimo

su cui si richiude l'«onda vuota» e che dà il titolo alla sezione.

«Finisterre» non va infatti confuso con il promontorio bretone di Finistère che sarà

presente nei 'Flashes' e dediche, poiché si riferisce semmai al capo più estremo



dell'Europa che si affaccia sull'Oceano Atlantico. Ma soprattutto è, etimologicamente,

una vera a propria finis terrae, al di là della quale si apre un altrove mitico, fatto

di oltrecielo e oltretempo, dove risiede la donna. Nell'introduzione allo Choix de

poèmes di Montale tradotti da Avalle e Hotelier per le Éditions du Continent di Ginevra

nel 1946 Contini così spiega la scelta del titolo: «Le titre de Finisterre réunit



sur le plan unique, où toute contingence s'est muée en valeur universelle, les deux

aspects de l'inspiration montalienne: d'une part, Finisterre est le cap enfoncé dans

Commento a «La bufera e 24 altro» di Montale



l'océan qui sépare de la Bien-aimée, le signe de l'absence; mais d'autre part s'y révèle

une allusion étymologique au désastre de la race humaine» (Contini 1974: 75).

Come evidenzia Bozzola, Su una lettera non scritta rappresenta uno dei rari casi



di perfetto isostrofismo della raccolta, essendo tra l'altro le due parti legate tra loro

tramite le rime imperfette s'impigli:vermiglia e terra:Finisterre (cfr. Bozzola 2006:

39). La /l/ iotacizzata inanella inoltre una serie di rime interne: s'impigli:figli:cigli e

poi, con mutamento di atona nel passaggio di strofa, vermiglia:bottiglia.



*

1-5. Per... figli: Isella conferisce un valore causale all'espressione, che, rafforzando



l'interdipendenza tra i due eventi, svelerebbe maggiormente l'assurdità del nesso

(cfr. Isella 2003: 10). Nosenzo propone invece di interpretare 'al prezzo di', intendendo

che solo all'alto costo di una vita sacrificata nell'attesa, scandita da un tempo

tanto rapido quanto faticosamente ripetitivo, è concesso qualche breve momento di

grazia qual è lo spettacolo dei delfini (cfr. Nosenzo 1995-1996: 43 e 48). A nostro

avviso il «per» ha un'accezione finale, da sciogliere in 'allo scopo di': l'eterno ciclo

naturale e riproduttivo, di cui i delfini rappresentano un'appagata testimonianza, ha

come unico fine un rapido susseguirsi di giorni e qualche sparuta ragione a cui si

debba aggrappare l'essenza di una vita che scorre in una progressione unidirezionale

di ore e anni?

1. formicolìo d'albe: il frequentativo – di pascoliana memoria nella formazione,



come ha ampiamente dimostrato Mengaldo (cfr. Mengaldo 1975: 55) – conferisce un

senso temporale al sintagma (si veda anche «il brusìo / del tempo» del Giglio rosso),



con l'aggiunta di una sfumatura di insignificante concitazione che diremmo derivare

dal paragone tra la vita umana e il formicaio della Ginestra.

2-3. fili... vita: Dante Isella traslittera in «pochi momenti di vita vera» (Isella



2003: 10). Più precisamente, interpreteremmo i «fili in cui s'impigli / il fiocco della

vita» come le esili e fragili cose a cui affidiamo il senso dell'esistenza. Qui, come

nell'Arca («s'è impigliato nell'orto il vello d'oro / che nasconde i miei morti»),

l'«impigliarsi» assume un valore positivo, riferendosi a un bene che, seppure in modo

assai effimero, si ferma per un attimo prima di dissiparsi. Nel Carnevale di Gerti indicava



invece un ostacolo («la ruota» che «s'impiglia nel groviglio / delle stelle filanti

»), anche se pure in quell'occasione l'immagine concretizzava un labile tentativo di

arrestare per un momento il precipitare inesorabile del tempo secondo un percorso

prestabilito.

3. s'incollani: è un denominale di conio montaliano e vale 'susseguirsi', rendendo



l'idea degli anni che si avvicendano l'uno dopo l'altro lungo una linea determinata da

Su una lettera non scritta 25

cui non è concesso debordare. Si confronti anche con Vento e bandiere, negli Ossi di

seppia, dove «non mai due volte configura / il tempo in egual modo i grani».

4. delfini: Martelli chiama in causa Der Archipelagus di Hölderlin («und sonnet



der Delphin, / Aus der Tiefe gelockt, am neuen Lichte den Rücken», che nella traduzione

di Vigolo diventa «e soleggia il delfino / Attratto dal fondo, col dorso alla nuova

luce»), nonché il XXII canto dell'Inferno, dove i delfini «fanno segno / a' marinar



con l'arco della schiena / che s'argomentin di campar lor legno». Di qui l'interpretazione

del «capriolare» come avvertimento per il marinaio-poeta, come sollecitazione



a salvare nella bufera bellica almeno la nave-forma letteraria (cfr. Martelli 1977:

135). Ma diremmo che lo sfondo della guerra dichiarato dallo stesso Montale è presente

più che altro nella «fucina vermiglia» della seconda strofa e nell'allusione che

conclude la prima, «Ben altro è sulla terra». Citeremmo dunque, a raffronto di

quest'immagine, solo il «reticolato / del tramaglio squarciato dai delfini» delle Stagioni

di Satura.

5. capriolano: 'fare capriole'. Per Mengaldo è un prestito govoniano (tra l'altro



non registrato in CONCN) da «Altissimi, per l'aria dai bastioni / capriolano fantastici

aquiloni» di Crepuscolo ferrarese, poesia della raccolta Fuochi d'artifizio del 1905



(cfr. Mengaldo 1975: 77).

7. Ben... terra: è una sorta di capovolgimento del «Ben altro / è l'Amore» dell'Elegia

di Pico Farnese: lì era rifiutato l'«attardarsi» su «questo amore di donne barbute



» a favore del senso più alto del termine offerto dalla «messaggera accigliata»,

mentre qui si fugge come accecante il «bagliore / dei tuoi cigli», inconciliabile con il

mondo reale, imperfetto e flagellato dalla «tregenda» della guerra. La potenza salvifica

dell'angiola, la sua missione di redenzione universale è messa in discussione,

sentita piuttosto come tentazione di evasione per il poeta o come forza soverchiante

capace, al momento, solo di creare ulteriore turbamento. Il modulo sarà poi ripreso

nel Diario postumo, in «ben altro è la felicità» di La felicità.

8. Sparir... riaffacciarmi: richiama un verso della lirica giovanile Violini, ora inserita

nelle Poesie disperse, «volere non so più né disvolere», e in generale l'imprigionante

senso di inerzia e abulia che domina gran parte degli Ossi di seppia e che

trova in Arsenio il rappresentante per antonomasia. Per l'impasse della situazione si

veda anche A C. del Diario del '71 e del '72: «Tentammo un giorno di trovare un



modus / moriendi che non fosse il suicidio / né la sopravvivenza. Altri ne prese / per

noi l'iniziativa; e ora è tardi / per rituffarci dallo scoglio».

8-10. tarda... notte: per Nosenzo è la veglia angosciata del poeta, sospeso nel



dubbio, a protrarre la sera rimandando l'ora del sonno (cfr. Nosenzo 1995-1996: 44 e

53). Concordiamo invece con Isella che legge nella «fucina vermiglia» una metafora,

di sapore barocco, delle luci del tramonto che si allungano («tarda» come 'si attarda')

prima di spegnersi (cfr. Isella 2003: 11). Mengaldo rimanda alla Città di Dite dell'VIII

canto dell'Inferno per il colore delle mura. Aggiungeremmo però che la «fucina», ricordando

quella instancabilmente operosa di Vulcano, allude anche al sinistro affacCommento

a «La bufera e 26 altro» di Montale

cendarsi delle operazioni belliche. A questo proposito si veda nell'Orto «L'ora della



tortura e dei lamenti / che s'abbatté sul mondo, / l'ora che tu leggevi chiara come in

un libro / figgendo il duro sguardo di cristallo / bene in fondo, là dove acri tendìne /

di fuliggine alzandosi su lampi / di officine celavano alla vista / l'opera di Vulcano».

10-11. la sera... supplizio: la sera si prolunga nella logorante attesa di una risoluzione.



Per Isella è «preghiera di morte» (Isella 2003: 11), mentre per Rovegno è un

ulteriore ricorso all'aiuto della donna, che diventa tortura sia in quanto ammissione di

debolezza, sia perché destinato a non essere esaudito (cfr. Rovegno 1994: 53). A nostro

avviso «la preghiera è supplizio» perché segno di una speranza inestinta, che impedisce

al poeta di acquietarsi nella rassegnazione; o forse si tratta di una supplica

rivolta, con doloroso senso di colpa, alla donna affinché conceda al poeta più tempo

per una decisione (come testimoniato dalle lettere spedite a Irma agli inizi del 1939).

11-14. e non... punta: l'immagine, assai ricorrente anche nelle prose di Montale, è

ripresa da La Bouteille à la Mer (Les destinées) di de Vigny, sebbene l'esito sia qui



diverso. Cambon intravede anche un significato metapoetico nel gesto inattuato, poiché

la bottiglia non gettata rappresenterebbe la natura del discorso montaliano in bilico

tra desiderio e impossibilità di comunicazione (cfr. Cambon 1963: 124). Il riferimento

a de Vigny tornerà, più esplicito e congruo, nel Secondo testamento del Diario

postumo: «Ed ora che s'approssima la fine getto / la mia bottiglia che forse darà luogo



/ a un vero parapiglia». In questo caso l'«onda» si ripiega su se stessa, senza portare

messaggi, poiché la lettera attesa da Clizia non è ancora stata scritta dal poeta. Il

«vuoto» è a un tempo quello lasciato dall'amata ormai lontana e la colpevole mancanza



del poeta, incapace di riempirlo, di optare per il «riaffacciarsi».

14. Finisterre: il toponimo non indica il promontorio bretone di Finistère come

avverrà nell'omonima lirica della sezione 'Flashes' e dediche, né in fondo altre località

geograficamente determinate, benché la Finisterre spagnola sia il limine dell'Oceano



che fa da tramite agli scambi epistolari con Irma. La sua valenza è piuttosto mitica,

alludendo ai confini della terra, al Nuovo Mondo, all'altrove dove si è rifugiata

Clizia dopo l'«entrar nel buio» della Bufera.

mercoledì 1 giugno 2016

Il fu Mattia Pascal

Il fu Mattia Pascal

autore  Luigi Pirandello
1° edizione 1904
genere romanzo autodiegetico
lingua originale italiano
ambientazione '800 inizi '900
protagonisti Mattia Pascal (Adriano Meis)

il fu Mattia Pascal è il celebre romanzo di Pirandello che apparve dapprima a puntate sulla rivista "Nuova antologia  nel 1904  e che fu pubblicato in volume nello stesso anno
fu il primo grande successo di Pirandello  scritto in un momento difficile della sua vita

TRAMA

Mattia Pascal vive a Miragno dove il padre a lasciato in eredità alla moglie e ai due figli una discreta fortuna
Un disonesto amministratore si interessa di gestire questo patrimonio. Sposa Oliva, ragazza che Pascal conosceva bene con la quale intraprende una relazione adultera per un dispetto all'amministratore  che non può avere figli  e attribuisce la colpa a Oliva. Alla fine Oliva rimane incinta di un bambino figlio di Mattia
L'amico Pomino  dice al protagonista di aver scambiato una discussione con una serva scoprendo che Malagna l'amministratore  sta tramando qualcosa con la cugina  Marianna Dondi vedova Pescatore questa gli avrebbe rimproverato  di non riuscire ad avere figli  conseguenza dovuta al rifiuto di sposare Romilda figlia della vedova e  nipote di Malagna di cui Pomino è innamorato
Ora lo zio si sarebbe pentito di non aver accontentato la nipote Mattia e Pomino temono che l'uomo stia complottando con al cugina di avere un figlio da Romilda 
Pascal aiuto l'amico  e giusto per stordirlo gli dice che per salvare la giovane potrebbe sposarle
Con la scusa di una cambiale  Mattia si reca a casa di Marianna Dondi dove si trova anche Malagna e conosce Romilda si trattiene poco a casa della vedova Pescatore per poter tornare ancora da Romilda e dalla madre che però on sembra contenta dell'annuncio  di una sua prossima visita
Nonostante il giovane le parli di Pomino Romilda si innamora di mattia  e lui ricambia
Un giorno la ragazza rimasta sola con lui gli chiede di portarla via
Romilda viene messa incinta e pensa di preparare la madre alla notizia del suo inevitabile matrimonio
Riceve però una lettera da Romilda che gli spiega che non devono vedersi più
Mattia compresa la ragione per cui Romilda gli ha detto che non avrebbero più dovuto vedersi  si sente ingannato  da lei  si reca a casa di Oliva e mostra la lettera Oliva capisce che  Malagna non è il padre del bambino che aspetta Romilda ma Mattia le dice che ha disonorato la nipote e che deve rimediare
Il protagonista è costretto a sposare Romilda  e a convivere con la suocere Marianna Pescatore che lo disprezza
La vita familiare  è un inferno  umiliante il modesto lavoro nella Biblioteca Boccamazza
Mattia decide di fuggire e tentare una vita diversa
A Montecarlo vince alla roulette  un'enorme somma di denaro  e per caso legge su un giornale della sua presunta morte
ha così la possibilità di cambiare vita
Con il nome di Adriano Meis comincia a viaggiare poi si stabilisce a Roma come pensionante a casa del signor Paleari
s'innamora di sua figlia  Adriana e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco cognato Terenzio
A questo punto  si accorge che la nuova identità fittizia non gli consente di sposarsi  né denunciare Terenzio  perché Adriano Meis all'anagrafe non esiste
Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la sua identità
Tornato a Miragno  dopo due anni  nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata e con una bambina
Non gli resta che chiudersi in biblioteca e scrivere la sua storia  e portare ogni tanto i fiori sulla sua tomba

commento

in questo romanza ci fa capire che non si può vivere senza uno stato civile Mattia Pasca uomo che ha una doppia personalità si accorge chele due persone che vivono dentro di lui  sono in contrasto tra loro
Cerca di ribellarsi alle regole imposte dalla società ma ciò significa non vivere  inseguendo un sogno di libertà che lo renderà  schiavo  e che gli impedirà di vivere normalmente
un romanzo che si legge facilmente ricco di dialoghi  e riflessioni gran parte della narrazione si svolge  in biblioteca

sabato 28 maggio 2016

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

Nacque a Porto Empedocle (Agrigento)  nel 1867  da famiglia benestante
Terminati gli studi dell'ordine superiore si iscrisse alla Facoltà di lettere  dell'Università di Roma  ma completò gli studi  in Germania a Bonn il soggiorno in Germania ebbe un influsso determinante  sulle sue opinioni filosofiche si orientò  infatti verso la concezione idealistica che in lui divenne sentimento di solitudine individuale scetticismo sulla capacità dell'uomo di arrivare a una qualsiasi certezza su di sé e sulla realtà esterna
Tornato in Sicilia si sposò e tronò  a Roma dove fu per vari anni professore di lettere italiane al Ministero

Le opere
La sua attività di drammaturgo iniziata nel 1898 ma intensificata dopo il 1910  ebbe dapprima alcuni contrasti  nella sua fase originale  col pubblico italiano ma ottenne presto  fama mondiale riconosciutagli  nel 1934 con l'assegnazione del premio Nobel e confermata poi dalle traduzioni  nelle lingue dei principali popoli civili  e dall'influsso  esercitato sul teatro europeo specialmente quello francese
alle poco felici prove in versi fece seguire un deciso orientamento verso la prosa narrativa  e scrisse per esortazione del corregionale Capuana  un primo romanzo d'ambiente  siciliano L'esclusa  e più tardi  nel 1913 i Vecchi e i giovani  che inquadrò nella cornice  di storia contemporanea  ed espresse in esso  le delusioni succedute nell'isola alle speranze rinnovatrici portate dal Rinascimento  Ma il romanzo  in cui più autenticamente è riflesso il problema pirandelliano della personalità con umorismo triste  e insieme la malinconica pietà per l'uomo fu Il fu Mattia Pascal
In questo romanzo si trovano i principali temi  dell'arte di Pirandello  il desiderio di evasione dall'angoscia di una insostenibile situazione familiare  vivissimo nel protagonista, il gioco di una sorte beffarda  e illusoria che sembra favorirlo spargendo la falsa notizia della sua morte, la morsa della società che gli impedisce  di ricostruirsi una vita  di crearsi cioè un'altra personalità sì che  il protagonista rimane come un sopravvissuto  a se stesso  vivente di vita fisica sebbene morto a ogni vita sociale ed umana
questi medesimi temi si trovano disseminati in diversi numerose situazioni che Pirandello descrisse in varie storie poi raccolte in  Novelle per un anno

Ma più tardi convinto com'era dell'immediatezza della comunicazione di un messaggio sociale ed umano attraverso il teatro  decise di portare gli stessi temi  sulla scena dapprima di commedie di stampo borghese  (Pensaci Giacomino , così è se vi pare , la Signora Morli uno e due)
Queste situazioni psicologiche di contrasto tra il parere e l'essere tra  la maschera dell'ideale e il sentimento  del contrario  donde scaturiva l'umorismo  tragico di Pirandello si prestavano ad essere rappresentate sulla scena come  proiezione della natura drammatica della situazione in cui l'autore  vedeva dibattersi i personaggi
Il teatro pirandelliano fondato appunto sul tragico umorismo  trattò questi ed altri temi tutti ricondotti  però al tema fondamentale e universale dell'uomo  che cerca invano di conoscere se stesso e gli altri aggirandosi  in un mondo caratterizzato da fenomeni illusori  a cominciare da quella maschera che  è la sua personalità alla ricerca vana di una verità sulla sua natura sui rapporti con gli altri  sulla responsabilità morale
E' insomma rispecchiato nel teatro pirandelliano il travaglio della società contemporanea  angoscia di solitudine, affannosi e vani tentativi di ricerca e di conquista di verità e di giustizia anelito a salvare nel naufragio d'ogni certezza alcuni valori primordiali ed eterni dell'umanità come l'amore puro e fedele l'affetto materno la pietà per i deboli e vinti della società e della vita

Pirandello quando scrisse il suo primo romano Marta Ajala che poi intitolo Esclusa  sembrò volesse seguire la poetica naturalistica del Verismo ma in effetti egli svuotò  il realismo di ogni consistenza facendo balenare una contraddizione insanabile fra essenza ed apparenza
Egli costruì una  realtà interiore  ma scavò contemporaneamente al di dentro  di quella realtà per scoprire la pena in essa nascosta
Pirandello non è filosofo E' appunto un attento e appassionato osservatore della realtà  al quali non sfugge che la vita dell'uomo è costruita su due piani correlati che nell'uomo c'è un dualismo senza soluzione  fra quel che egli è e quello  che crede di esser o che pare agli altri  in comseguenza di ciò ogni definizione  è impossibile  come ogni certezza
Entra perciò nell'arte con Pirandello il Relativismo  applicato in tutte le situazioni  nella nostra esistenza a testimoniarne  la precarietà e la provvisorietà
La visione  pirandelliana del mondo è pessimistica : della realtà coglie solo parvenze, nel consorzio  umano trova dolore esistenziale contraddizioni irriducibili che non riescono  a costituire la vera certezza anche se tentano di ammantarsi di certezza
Il personaggio pirandelliano è il risultato del frantumarsi dell'unità psicologica e morale  in un mosaico  di apparenze ingannevoli  il suo dramma consiste nell'avere perduto sempre la coerenza e l'organicità delle sua unità etica e psicologica
Il personaggio pirandelliano  concludendo ha la consapevolezza di uno essere più "uno " ma "centomila" quindi "nessuno" 
Pirandello con la sua arte  e con il suo tragico umorismo polemizza contro i valori- tabù di una società ipocrita borghese  fa saltare la maschera e  scopre e mostra ai lettori e agli spettatori al di là del "parere"  sanguinante e partecipa pietoso  al dramma umano
Quindi non solo logica del paradosso di Pirandello ma partecipazione al dolore  dell'uomo che egli scopre scavando nel profondo, al di là dell'apparenza, fino all'essenza nascosta e spaurita dell'uomo

schema delle opere

opere di poesia

Mal giocondo (rime 1889)
Pasqua di Gea (rime 1891)
Elegie renane (rime 1895)

romanzi

Il fu Mattia Pascal
l'esclusa
il turno
suo marito
uno nessuno e centomila
i vecchi e i giovani
si gira

teatro

Pensaci Giacomino
così è (se vi pare)
sei personaggi in cerca d'autore
Enrico VI
L'uomo dal fiore in bocca
il piacere dell'onestà
Liolà
come prima meglio di prima
ciascuno a suo modo

opere di narrativa

novelle per un anno

saggi

l'umorismo