Translate

giovedì 29 agosto 2019

Giacomo Leopardi - il linguaggio

Giacomo Leopardi - il linguaggio

La lingua di Leopardi analizzata sotto il profilo lessicale è la lingua della tradizione poetica italiana, classicistica, da Petrarca alla fine del settecento. L'impronta  classicistica deriva da una parte dalla educazione letteraria del poeta, dall'altra da una scelta sapientemente  calcolata in vista di un particolare  poetico : Leopardi riteneva che le forme meno consuete, come latinismi, arcaismi, classicismi, termini dotti, peregrini o poco  usati fossero poeticissime, analogamente alle parole che danno il senso del vago dell'incerto, dell'infinito  e che corrispondono all'umana  tendenza per l'infinito. Infatti come si legge nello Zibaldone 1) l'uso  di voci, modi e significati  tolti dal latino introduce nella poesia il pellegrino  e l'elegante
2) è cosa conosciutissima che alla poesia non solo giova, ma è necessario il pellegrino delle parole delle frasi delle forme
3) il poetico  delle lingua è quasi il medesimo che il pellegrino. D'altra parte sempre dallo Zibaldone sappiano che al Leopardi erano care parole di senso e di significazione quando indefinita tanto poetica
Però malgrado l'impianto lessicale classicistico la poesia leopardiana è modernissima per la presenza di forme e voci tratte dalla lingua parlata (soprattutto aggettivi) e collocate  nei  versi in posizione tale che più di altre si imprimono nella immaginazione nel sentimento  e nella memoria del lettore e più di altre servono ad illuminare  o caratterizzare  una visione o un atteggiamento  perché su di esse cade l'accento  principale  che le rileva nel corpo del discorso  poetico   o perché  sono sottolineate  dal gioco di rime  di assonanze  dei richiami fonici  o melodici
  C'é dunque una fondamentale unità poetica nel linguaggio leopardiano sciolto in un 'atmosfera  di commossa interiorità che fonde armonicamente  natura e sentimento, sentimento e riflessione in un discorso  e ritmo poetico limpido e coerente  che allontana  la rappresentazione solitamente evocata dalla memoria  e contrappuntata dalla meditazione in uno spazio e in un tempo contrappuntata dalla meditazione  in uno spazio e in un tempo che possiamo definire  interiori perché solo esteriormente  richiamano la realtà e la natura l'infinito ne è un esempio  più evidente e significativo  per la perfezione poetica raggiunta.
  Gran parte del fascino della lirica leopardiana è dovuta  alla melodia  che la percorre e che nasce  dall'interno  della sensibilità e della situazione poetica  com'è evidente dal fatto che Leopardi  rifiuta i vincoli rigidi  e mortificanti delle forme fisse  della tradizione letteraria (terzine ottave sonetto ecc) e, se riprende la canzone, che era stata di Petrarca, la usa  però liberamente al di fuori di ogni schema prefissato.

venerdì 16 agosto 2019

A se stesso - Leopardi

A se stesso - Leopardi

Questo idillio ( che non ha più nulla del tradizionale idillio leopardiano arioso e incantato pur nella visione pessimistica della vita ) fa parte di un breve ciclo di liriche dettate dal disastroso esito della vicende che incise profondamente nell'animo del poeta, confermandone l'innato pessimismo : Leopardi si era innamorato di una nobildonna fiorentina, che respinse il suo amore, lasciandolo amareggiato e deluso.
In effetti però la dolorosa esperienza non può essere considerata altro che un'occasione per una più amara ripresa di coscienza del tragico destino umano.
la brevissima lirica non concede più spazio alla descrizione della natura o all'abbandono del sentimento ed ha un linguaggio nudo e potente duramente scandito da pause e ridotto all'essenziale : il discorso poetico è frantumato in brevi periodi anche di una o di sue sole parole, che , con un ritmo  rotto e aspro , distaccano freddamente  la riflessione oggettivandola in una secca e risentita negazione assoluta. Con questi versi Leopardi  si allontana definitivamente dai sogni, dalle illusioni, dalle speranze : abbandonarsi significa lasciarsi consapevolmente ingannare dalla natura, aumentare l'umana infelicità già tanto grande. Solo distaccandosi da una fuggevole e illusoria felicità, che si paga a prezzo di tante delusioni, è possibile difendere una dura tensione eroica la propria individualità, ergendosi con dignità e fierezza contro la crudele legge dell'universo, più ostile che indifferente al nostro tragico destino.

metro: settenari ed endecasillabi

A SE STESSO


Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.

la quiete dopo la tempesta - Leopardi

La quiete dopo la tempesta - Leopardi

insieme al sabato del villaggio questo idillio è uno dei più famosi e caratteristici di Leopardi. In esso descrizione e riflessione si fondono poeticamente : la prima non avrebbe senso senza la seconda nè viceversa; infatti la limpida e apparente semplicità della descrizione sarebbe un quadretto di maniera se non generasse dal suo interno l'osservazione che si articola in due parti, passando dalle considerazioni sulla ripresa della vita nel borgo alla riflessione amara sul triste destino dell'uomo legato ad un'esistenza di dolore.
Questi tre momenti ( descrizione, riflessione di carattere particolare, riflessione di carattere generale), corrispondenti alle tre strofe che compongono l'idillio graduano i toni  del discorso poetico, che nella prima parte si allarga e freme di rinnovata vitalità, nella seconda ha un attimo di sospensione per interrogarsi sulle cause e sulla natura di quella improvvisa esplosione di gioia, infine  si chiude in periodi brevi e cupamente scanditi che definiscono l'eterna infelicità umana
 metro : canzone libera di endecasillabi e settenari


LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA


Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.